CREDO CARDINALIS

    La genesi del Credo Cardinalis è con ogni probabilità legata alla prassi polivocale: la struttura melodica e il ritmo del pezzo nella sua versione monodica (stilisticamente uguale alle voci superiori di Gloria e Credo della Messa di Guillaume de Machaut) sono evidentemente concepiti in funzione dell’esecuzione estemporanea di una seconda voce al grave. Numerosi manoscritti liturgici tramandano infatti anche una seconda voce, che nella maggioranza dei casi è diversa, pur mostrando sempre un andamento prevalente di nota contro nota e una stessa attitudine contrappuntistica (procedere per moto contrario, punti cadenzali su consonanze di quinta, ottava o unisono). La versione a due voci qui registrata appartiene ad una di queste testimonianze del Credo Cardinalis, è tramandata nelle carte finali del codice Parma, Archivio della Fabbrica del Duomo, ms. F-9 (sec. XV; si veda la figura qui sotto), e possiede un’evidente costruzione dotta, dovuta alla mano di un buon polifonista parmense del tardo Quattrocento. Questa versione doveva probabilmente sostituire l’ormai vetusta intonazione (anch’essa a due voci) che compare nel fascicolo iniziale dello stesso codice e che risale però al Trecento.

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    Inizio del Credo Cardinalis a due voci presente nelle carte finali del codice Parma, Archivio della Fabbrica del Duomo, ms. F-9 (sec. XV) [foto Sani Brenelli].
    Siamo dunque di fronte ad una nuova attitudine nei confronti del Credo Cardinalis: la seconda voce non è più un semplice ornamento da aggiungere estemporaneamente da parte del biscantinus, nota contro nota, alla consueta melodia conosciuta a memoria da tutti i cantori, ma comincia ad essere più varia e curata dal punto di vista contrappuntistico, viene messa per iscritto e può riceve dignità di contracantum ufficiale della cattedrale.