CREDO CARDINALIS

    Le nove melodie di Credo più diffuse nei manoscritti (se si esclude il Credo Vaticano I) sono tutte nate fra Tre e Quattrocento e sono tutte in canto fratto. Tra queste spicca il cosiddetto Credo Cardinalis, nato agli inizi del Trecento, in area francese, forse ad Avignone, ma subito diffuso in tutta Europa.

    Il Credo Cardinalis fu per sei secoli il Credo destinato alle feste solenni ed era normalmente tramandato al primo posto nella serie delle intonazioni che seguivano i cicli di Ordinarium nei Kyriali (cicli formati da Kyrie, Gloria, Sanctus e Agnus), sotto l’appellativo di Maior.


    Figura 1. Inizio del Credo Cardinalis nel Salterio-Kyriale di Bene Vagienna (CN) del sec. XV [foto Paolo Ricolfi].
    I teorici della musica, a partire dal Quattrocento, citano il Credo Cardinalis chiamandolo con vari nomi, tra cui Symbolum cardineum, come il prototipo di cantus planus scritto con una notazione derivata dal ‘canto figurato’ (ossia fatta di longae, breves e semibreves). Il più noto (ed uno fra i più antichi) è il teorico lombardo Franchino Gaffurio, attivo per 38 anni come maestro di Cappella del Duomo di Milano, che nella sua Practica musicae, stesa attorno al 1480 e pubblicata da Giovanni Pietro de Lomazio nel 1496, scrive:

    • Sunt et qui notulas huiusmodi plani cantus aeque describunt et commensurant figuris mensurabilis consyderation [!] sit u[t] longas, breves ac semibreves, ut constat in Symbolo cardineo et nonnullis prosis atque hymnis: quod Galli potissime ad ornationem modulorum pronunciationem ipsa diversitate concipiendam celeberrime prosequuntur.


    Ci sono anche di quelli che allo stesso modo descrivono le note di questo canto piano e le rapportano alle figure mensurali, cioè longhe, brevi e semibrevi, come appare chiaro nel ‘Credo cardineo’ ed in alcune sequenze e inni, cosa che soprattutto i francesi adottano molto frequentemente per abbellire l’intonazione delle melodie, tenendo conto proprio della loro diversità.

    Trenta anni dopo il sacerdote veronese Biagio Rossetti riprende quasi testualmente il concetto da Gaffurio nel suo Libellus de rudimentis musices (1529), e associa nuovamente l’uso della notazione mensurale al Credo Cardinalis (indicato qui anche con l’inedito aggettivo ‘patriarchino’), alle sequenze (prosae) e agli inni:

    • Notas aeque describunt et commensurant figuris cantus mensurabilis, ut longas, breves ac semibreves, ut constat in Symbolo cardineo vel patriarchino, et in prosis et himnis.


    Ugualmente studiano le note e le rapportano alle figure del canto mensurale, come longhe, brevi e semibrevi, come appare chiaro nel ‘Credo cardineo’ o ‘patriarchino’, come anche nelle sequenze e negli inni.

    Nel frattempo Pietro Aaron, nel De institutione harmonica del 1516, sottolinea lo stesso concetto, ma focalizza il discorso sul Credo e tralascia completamente la citazione di inni e sequenze:

    • Igitur cantus planus dicitur, cuius notae aequali mensura, et pari tempore pronunciantur, cuius legem mutare solum in Patrem omnipotentem, quem ‘cardineum’ uocant, permittitur, sicut in libris apparet ecclesiasticis.


    Si dice dunque ‘canto piano’ quello le cui note si pronunciano con lo stesso valore e con tempo uguale; la quale legge si può cambiare solo nel Credo che è chiamato ‘cardineo’, come si vede nei libri ecclesiastici.

    I più antichi testimoni italiani del Credo Cardinalis posseggono la notazione mensurale nera trecentesca, con punti di divisio e semibrevi caudate nelle cadenze, come si osserva nel piccolo Graduale-Kyriale-Prosario, n. 310 della Biblioteca San Bernardino dei Francescani in Trento (cc. 45v-46r), riprodotto in Figura 2.

    Figura 2. Inizio del Credo Cardinalis nel ms. 310 della Biblioteca San Bernardino dei Francescani in Trento (cc. 45v-46r).
    Questo tipo di scrittura è molto raro in un libro liturgico, ma assai significativo, e rivela una certa antichità: l’antigrafo potrebbe risalire alla metà del Trecento.